Rio de Janeiro non è stata una storia d'amore a prima vista
- 15 apr
- Tempo di lettura: 5 min
E forse è proprio per questo che ho smesso di cercarla — e l'ho trovata.

Sono arrivata a Rio all'alba. La città stava ancora dormendo, e Copacabana deserta non ha suscitato in me nessun tipo di fascino. Il lungomare era vuoto, il cielo ancora basso, la luce piatta. Mi aspettavo qualcosa — non so esattamente cosa, forse quella sensazione immediata che certe città ti danno appena le tocchi. Rio non me l'ha data. Nemmeno quando Copacabana si è riempita di gente: è rimasta un fondale meraviglioso, una cartolina gigante e indifferente, bella come solo le cose che si sono già viste troppe volte sanno essere — e altrettanto distanti.
Ho viaggiato abbastanza da sapere che questo non significa niente, o meglio: significa solo che certe città non si consegnano subito. Che richiedono tempo, o distrazione, o entrambe le cose. L'ho archiviato mentalmente e sono andata avanti.
Santa Teresa, e il tavolino rosso
Il secondo giorno abbiamo camminato tutto il giorno per Santa Teresa. Senza un piano preciso — una di quelle giornate in cui decidi di fidarti dei piedi più che della mappa. Santa Teresa è un quartiere che sale, fatto di vie strette e case colorate che si accatastano l'una sull'altra, murales ovunque, una lentezza nell'aria che stride con il ritmo del resto della città. È il tipo di quartiere che in Europa chiameremmo bohémien e che a Rio è semplicemente sé stesso, senza bisogno di definizioni.

Siamo arrivati alla Escadaria Selarón scendendo dall'interno del quartiere — non da Lapa, come fanno quasi tutti i turisti, che la raggiungono dal basso e se ne vanno quasi subito. Noi l'abbiamo incontrata dall'alto, per caso, dopo una curva. Quei gradini ricoperti di maioliche colorate li abbiamo vissuti in modo completamente diverso: non come una tappa da spuntare, ma come qualcosa che ci era capitato addosso mentre stavamo guardando altrove. Ed è sempre così che le cose più belle funzionano, nei viaggi come nella vita.
Poco dopo, in quel punto impreciso in cui i quartieri di Lapa e Santa Teresa si incrociano senza che tu riesca a capire bene dove finisce uno e comincia l'altro, ci siamo fermati in un bar. Non uno scelto per la vista, non uno consigliato da nessuna guida, non uno dal nome suggestivo. Uno a caso, con un frigo vecchio e un bancone consumato e una tenda di plastica che faceva ombra sul marciapiede.
Ci siamo seduti fuori, a un tavolino di legno rosso, rovinato dal tempo e dall'uso, traballante quanto basta. E siamo rimasti lì due ore. Abbiamo ascoltato qualcuno cantare per strada — senza motivo apparente, per il gusto di farlo. Abbiamo osservato i signori anziani ai tavoli vicini: potevano essere lì da un'ora, ma anche da tre giorni — sembravano parte dell'arredamento, nel senso più bello del termine. Non cercavamo nulla. Non stavamo aspettando niente. Il quartiere si è svegliato intorno a noi, piano, come succede solo quando non stai guardando apposta.
È stato lì, su quel tavolino rosso sgangherato, che ho cominciato ad amare Rio de Janeiro. Non per quello che mi stava mostrando — che era pochissimo — ma per come mi ci sentivo dentro. Presente. Inutilmente, meravigliosamente presente.
Il meccanismo delle città difficili
C'è una categoria di destinazioni che chiamo, tra me e me, "città difficili". Non difficili da raggiungere, non difficili da organizzare. Difficili da amare al primo impatto, perché arrivano cariche di un immaginario così potente — costruito da decenni di film, fotografie, racconti, aspettative altrui — che quasi non riescono a essere sé stesse finché non smetti di proiettarci sopra quello che ti aspetti di trovare.
Rio è forse la più estrema di tutte. È una città che esiste in mille versioni prima ancora che tu ci arrivi: il Carnevale, il Cristo Redentor, la violenza, la samba, la spiaggia, la favela. Ognuna di queste versioni è reale, ma nessuna da sola è Rio. E la fatica, all'inizio, è tutta lì: capire che non esiste un'unica chiave per aprirla, e che forse la cosa più onesta da fare è smettere di cercarla e aspettare che sia lei a mostrarti qualcosa.
Questo vale, naturalmente, anche per il modo in cui si costruisce un viaggio a Rio. Non esiste un itinerario che "cattura" davvero la città — esiste un approccio, una disponibilità a rallentare, a perdersi in quartieri come Santa Teresa o Glória, a sedersi in posti senza nome e aspettare. È questo che cerco di trasmettere ai miei clienti quando pianifichiamo una destinazione come questa: non un programma, ma una postura.

Rocinha, e l'incontro con Carolina
Parte del motivo per cui ero a Rio era lavorativo: stavo facendo quello che chiamo fieldwork — girare una destinazione con occhi professionali, capire cosa posso trasmettere ai miei clienti e cosa no, cosa vale davvero e cosa è già stato detto troppo. Una delle tappe era Rocinha, la favela più grande di Rio de Janeiro e, probabilmente, una delle più grandi d'America Latina.
Di Rocinha si parla spesso in modo distorto — o con toni da reportage che ne enfatizzano solo la marginalità, o con quella curiosità un po' voyeuristica che trovo profondamente sbagliata quando si parla di luoghi in cui le persone vivono davvero. Entrare in una favela non è un'attrazione turistica. È, se fatto nel modo giusto, un atto di ascolto.
La mia guida per quella giornata era Carolina — residente di Rocinha, guida, persona con una biografia costruita su più continenti e più lingue, che porta in sé quella particolare forma di intelligenza che nasce dall'aver vissuto davvero tra mondi diversi, non solo dall'averli visitati.

Ho capito subito che Carolina era diversa. Non nel modo in cui si dice per essere gentili — nel modo in cui lo si pensa davvero, quando ti fermi ad ascoltare qualcuno e ti rendi conto che quello che dice non lo hai sentito dire in quel modo da nessun altro. Parlava di Rocinha come si parla di qualcosa che ami e conosci fino in fondo: con la lucidità di chi non ha bisogno di abbellire niente, e con un attaccamento che non ha nulla di performativo. Non stava raccontando una storia per i turisti. Stava raccontando la sua.
Ascoltarla non sembrava ascoltare una guida. Sembrava ascoltare qualcuno che aveva scelto, consapevolmente e con grande chiarezza, di costruire un ponte tra mondi che raramente si parlano — e che in quel ponte ci aveva messo sé stessa, non solo le parole.
È per questo che, alla fine della giornata, le ho chiesto se fosse disponibile a fare un'intervista per Itinera. Non volevo scrivere io di lei — volevo che fosse lei a parlare. Perché certe storie funzionano solo quando le racconta chi le ha vissute davvero, e quella di Carolina è una di quelle.
Il risultato è quello che trovate qui sotto.


